Istanbul
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Una città è un organismo vivente; nelle mani di uno scrittore può diventare un personaggio, tessuto poetico. Accade con Istanbul grazie a Orhan Pamuk, Premio Nobel per la letteratura 2006. Palcoscenico di molte sue opere e nucleo, in particolare, di quella più recente: Istanbul, per l’appunto. Libro di memorie, ricostruzione storica, doppio ritratto.
Quella di Pamuk non è una guida, semmai una contro-guida involontaria. Le attrattive della città restano, quasi, sotto traccia. Ama, certo, le moschee, i panorami della città vecchia dominati dalle silhouette spettacolari, il gioco di luci tra le cupole e i minareti e le acque del Bosforo, del Corno d’Oro, del Mar di Marmara. Rende omaggio al nucleo storico monumentale, dove si trovano “molte opere antiche e imponenti” dalla cui “bellezza e radiosità dipende la forza di Istanbul”: le moschee imperiali, Suleymaniye, Sultanhamet e la stessa Santa Sofia, la maggiore chiesa della cristianità trasformata in moschea dopo la Conquista del 1453; il palazzo del sultano di Topkapi, il simbolo più sfarzoso dell’impero ottomano; il Gran Bazar. Ma suggerisce implicitamente di non praticare soltanto il rito della Contemplazione del Monumento. Pamuk è un flâneur che invita a una maggiore casualità dello sguardo, come quando da ragazzo andava in giro con il padre in macchina e si infilavano in viuzze sconosciute per il gusto dell’insolito. Ad andare al di là, a passeggiare per le vie secondarie, nei sobborghi, tra le rovine e gli edifici che si sgretolano per incuria, magari alla ricerca delle poche case di legno ancora in piedi o in via di restauro. Come quando riesce a portare il suo primo amore, una ragazza chiamata Rosa nera, nei quartieri vecchi a scoprire luoghi quasi nascosti ai loro occhi, abituati alle zone ricche della città, dall’altra parte del Corno d’Oro. Oggi capita di vedere coppiette che si fotografano a vicenda, nei giardini tra la Moschea Blu e Santa Sofia, come se stessero visitando un mondo nuovo.
Nelle sue pagine vi sono i conventi dei dervisci (ancora oggi il Monastero Mevlevi di Galata ospita l’esibizione della Sema, la loro danza-preghiera), gli hamam (due gli storici bagni turchi da sperimentare, il Cemberlitas e il Cagaloglu), i bazar (da perlustrare, inevitabilmente, il Gran Bazar, magari per cercare miniature simili a quelle al centro del suo capolavoro Il mio nome è Rosso, come i vicinissimi mercati dei libri antichi e delle spezie). Ma non c’è il compiacimento delle “turcherie”. Il suo sguardo si posa sulle mura di Teodosio (le fortificazioni sopravvissute di più alla Conquista ottomana che alle nuove strade costruite negli anni ‘50), le piccole moschee, le chiese bizantine diroccate (ma come mancare la Chora, oggi museo, le cui mura anonime nascondono una magnifica concentrazione di mosaici e affreschi), le salite lastricate, le piazze dimenticate, le case di legno rimaste (per esempio a Fatih o a Cihangir), spesso preda di crolli o incendi, abbandonate o sostituite da palazzi di cemento, le ville ottocentesche costruite nell’800 dall’élite ottomana lungo le sponde del Bosforo.
Ecco, il Bosforo. Pamuk lo celebra di continuo: uno stretto lungo 32 chilometri, il “miglior punto di osservazione della città“, ammirato e dipinto nell’adolescenza delle aspirazioni da pittore, e poi navigato a lungo e a ripetizione nelle gite domenicali, nelle fughe da scuola, nelle passeggiate con gli amici e gli amori. Descrive con tenerezza la passione per l’universo di imbarcazioni che incrociano tra le sue rive, da e verso la sponda asiatica, il Mar Nero: traghetti, petroliere, rimorchiatori, pescherecci, barche a vela, vaporetti, transatlantici, navi militari, navi da carico, che conta ossessivamente, quasi un sistema per mettere ordine anche nella sua vita. Da non perdere è il traghetto che parte ogni mattina da Eminonu alle dieci e trenta e risale zigzagando tra una riva e l’altra fino ad Anadolu Kavagi, l’ultima fermata sulla sponda asiatica prima del Mar Nero. La traversata dura circa due ore e non conviene scendere, se non in fondo, magari per tornare indietro in autobus lungo la riva asiatica: fino a Kadikoy, la Calcedonia fondata dai coloni greci ancor prima di Bisanzio, o a Uskudar, l’antica Scutari, ricca di veli e di moschee, lì costruite (nel punto di Istanbul più vicino alla Mecca) per guadagnarsi meriti per il paradiso.
Il Ponte di Galata, che unisce all’inizio del Bosforo le due sponde del Corno d’Oro, il braccio di mare che si incunea in profondità a ovest del nucleo storico bizantino, rimane per Pamuk “il cuore della città“, con il suo traffico, i pescatori che lo affollano al tramonto, i ristorantini attorno, le bancarelle che vendono gustosi panini al pesce arrostito all’istante. Dal Ponte di Galata ha inizio Beyoglu, che Pamuk cita spesso, l’antico quartiere di Pera, la zona europea di Istanbul, la “città nuova” sul lato nord del Corno d’Oro, dove vivevano i levantini, oggi al centro di un processo di riqualificazione urbana che sta valorizzando lentamente la zona già animata da negozi e locali alla moda. Lo taglia longitudinalmente Istiklal Caddesi, la Grande Rue de Pera di un tempo, che giunge fino a Taksim, “il centro e la piazza più grande del mio mondo, dove ho vissuto sin dalla mia infanzia”. Un boulevard deputato al passeggio e allo shopping, su cui si affacciano un mercato del pesce animato fino a notte (dove assaporare prelibatezze come gli spiedini di cozze) e raffinatezze art nouveau come la Patisserie Markiz, un angolo di Parigi alle porte dell’Oriente, e Casa Botter, progettata dall’italiano Raimondo D’Aronco, capo degli architetti imperiali dal 1896 al 1908. Vicino, nelle vetrine della libreria di fronte all’antico e prestigioso liceo di Galatasaray, accenna un sorriso Pamuk da un manifesto che celebra il Nobel (il primo a uno scrittore turco) sopra un tappeto di copie della sua Istanbul.
(larepubblica.it)
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