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Mio fratello è figlio unico

 

Mio fratello è figlio unico è una bellissima storia familiare (prima che specchio della Storia del paese) costruita con caratteri di mille sfaccettature, anche contraddittori ma molto “verosimili”. La commedia realistica all´italiana, che talvolta sembra tarpare le ali a certo cinema di casa nostra, nel caso di Daniele Luchetti riprende forza con un racconto proletario, ironico, affettuoso, diretto, a tratti commuovente. Sceneggiato con qualche libertà dal regista con veterani quali Stefano Rulli e Sandro Petraglia (vedi La meglio gioventù, che però non sembra occhieggiare nel nostro film), partendo dal romanzo autobiografico “Il Fasciocomunista” di Antonio Pennacchi, mette di fronte due fratelli di umile estrazione, opposti per carattere e convinzioni politiche.

Accio (Elio Germano), il piccolo, da subito è indocile e portato a scelte vissute in modo viscerale: va in seminario perché “voleva aiutare gli ultimi” ma si fa troppe domande ed esce “graziato” da una foto di Marisa Allasio. Che gli faceva commettere troppi peccati. Volitivo ma sconclusionato, torna in famiglia: il padre operaio (Massimo Popolizio) e la madre casalinga (Angela Finocchiario), preoccupati di tirare avanti faticosamente, non lo comprendono, lo considerano uno scapestrato. Quando un commerciante suo amico gli da retta (Luca Zingaretti), con slancio si avvicina al Movimento Sociale Italiano, in un´epoca in cui “i fascisti dovevi cercarli con il lanternino”. Da qui le frequenti smanazzate con il fratello Manrico (Riccardo Scamarcio), bello, dalla parte giusta (operaio impegnato a sinistra, quella del “complesso di superiorità“), preferito dalla madre, legato con superficialità ad una ragazza (Diane Fleri). Che Accio non riuscirà mai ad avere. I due ragazzi in fondo si amano (”… e ti amo Mario” canta Rino Gaetano) nonostante si provochino per dialogare e non aspettino altro che menarsi. Quell´elettricità è energia che tenta di esprimersi, una passione e una “verità” che oggi non si ritrova più.

Intanto passano gli anni, siamo nei settanta, l´impegno politico per Manrico si inquina di violenza rivoluzionaria. Per Accio invece, cane sciolto che pensa con la sua testa, si carica di delusione e gli fa compiere una trasformazione profonda, spingendolo a seguire le sue intime convinzioni e nessun dettame ideologico. La loro vicinanza, concreta, che prescinde la forma, si riassumerà poi in un finale “giusto” (e diverso dal libro). Facendo un piccolo bilancio Accio è proprio il Mario della bellissima canzone di Rino Gaetano che regala il titolo al film (ma non è nella colonna sonora). Così disincantato e intelligente, capace di non risparmiarsi, Accio al fratello dirà una cosa che vale anche per lui: “Fai bene, la vita va presa così, un po´ per culo”. Mio fratello è figlio unico è l´ottimo risultato di una serie favorevole di circostanze. Innanzitutto la solida scrittura di Rulli e Petraglia. E la sicurezza espositiva di un autore, Daniele Luchetti, che è riuscito ad utilizzare ironia e sentimentalismo, sarcasmo e nostalgia per una storia che si sarebbe prestata a banali caratterizzazioni. Senza tuttavia annacquare le differenze, che rappresentano la ricchezza di ogni nazione. Sebbene nell´Italia di oggi, persa l’innocenza e la spontaneità di un tempo, provochino solo un disperante caos che immobilizza. Interpreti tutti efficaci, compresa Anna Bonaiuto e la “sorella” Alba Rohrwacher. Qualche tacca più sopra però Elio Germano, in straordinaria simbiosi e mimesi con il se stesso 13enne, l´esordiente Vittorio Emanuele Propizio.

(unita.it)

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